Il primo viaggio in terra d'Africa
all'arrivo 23-12-2007 Lo sbarco é stato puntuale e veloce, ma Stefania ha passato la notte con la testa appoggiata sul tavolo. Io ho dormito meglio, sdraiato sullo stesso tavolo e con la borsa da serbatoio ben stretta in mano. Le moto se la sbrigano insieme. Ci siamo tutti, ma spiccano numerosi gli “sporchi enduristi” con le tassellate legate dietro. Prima i passaporti, poi il controllo dei documenti della moto e io temo perché non ho il foglio di proprietà della mia! E' conservato al suo giusto posto nella carpetta a casa. Ci vogliono timbri, firme da doganieri comunque racimolati nei dintorni e le facce sempre titubanti di chi mi circonda, ma alla fine sto documento non viene chiesto. La partenza con i nostri due nuovi compagni di viaggio è lenta, ma finalmente eccoci a districarci tra le incasinate vie che formano un anello attorno alla città “vera” - mi sembra di trovarmi nella periferia di una Bratislava africana - e prendiamo la P5 verso Dougga! Ci arriviamo gustandoci la strada che collega i paesi di questa verdissima zona montagnosa del paese, fermandoci ogni tanto per assaporarla con calma. Dougga è di una bellezza che spesso spezza il fiato. Provare ad immaginarsela nel massimo del suo splendore e qui è incredibile. Dopo un tè alla menta Gabriele parte subito per ruderi, io, Stefania e Simone faremo un giro tutto diverso, ma impieghiamo lo stesso lunghissimo tempo persi tra le rovine, tempo durante il quale Roberto e la sua famiglia hanno avuto modo di arrivare, trovare le moto ma non noi, visitare il sito e andarsene. ![]() Brik per tutti! Mangiamo di gusto, anche Stefania che è dai gusti difficili, sarà la fame? Poi ancora per strada, sempre piacevole. Viaggiamo bene, abbiamo gli stessi ritmi e la stessa andatura durante la guida, ci alterniamo nelle posizioni e adeguandoci le velocità, ma comunque sempre tra gli 80 e i 100. Purtroppo, anche se stiamo tanto a sud per gran parte degli europei, l'inverno comunque porta giù il sole troppo presto. Viaggiamo un bel po’ col buio, la luna piena rischiara l'asfalto e dà come l'impressione che le cime dei monti siano imbiancate di neve. Abbiamo più che la sensazione di essere seguiti nel nostro viaggio dalle forze dell'ordine che si comunicano i nostri passaggi da un punto ad un altro. Scopriremo che era proprio così. Nella notte i posti di blocco con tanto di transenne e mitra a tracolla si susseguono ad un ritmo incredibile, noi passiamo sempre e alla fine comincio pure a salutarli con la mano. A Thala non ci sono molte possibilità di scelta per passare la notte, ma ci fermiamo comunque al bar dove diventiamo subito il centro dell'attenzione di tutti gli uomini del paese, eccetto i bambini che ormai sono già a letto. Gustiamo un tè alla menta perfetto per riscaldarsi e si improvvisano discorsi in un miscuglio di lingue. Ma ci capiamo alla perfezione, siamo cugini! Al tavolino accanto a me giocano a carte e fumano la sheesha, passatempo preferito in tutta la Tunisia, quantomeno fuori dagli abitati più grossi e moderni. Il poliziotto che era vicino la porta è sparito, ma quando ci rimettiamo in sella sono in tre e stanno attenti a che nessuno decida di avvicinarsi troppo. Riusciamo a raggiungere Kasserine prima di soffrire veramente il freddo. Trovo la strada per il centro, il nostro albergo è vicino la piazza centrale e lo scegliamo per questo. I ragazzi trovano un contatto locale mentre io ispeziono l'Hotel de la Paix! Per noi maschietti, avvezzi a viaggi di questo genere, questa topaia non è poi tanto squallida, ma non rientra certo negli usi di Stefania. Inoltre Kasserine è fredda e qui non c'è riscaldamento, la doccia poi non riuscirei a farla neanche io. Ma siamo stanchi ed è troppo tardi per cercare un'improbabile soluzione migliore. Il contatto dei ragazzi ci porta nell'unica bettola ancora aperta dove mangiamo pane e harissa, zuppa, insalata e pollo. Ehm.. noi tre, Stefania non tocca nulla. L'acqua lorda e nera da un secchio viene spinta sul pavimento verso la porta del locale mentre noi finiamo di mangiare. Il conto? Otto dinari. Gabriele si rivolge al locandiere «Otto dinari in tutto?!?» e io a lui «Non fare quella faccia lì che se no ce li chiede a testa!» 24-12-2007 Ci svegliamo intirizziti dal freddo e uscire dal sacco a pelo non é un'esperienza felice. I ragazzi dormono e allora ci incamminiamo verso la piazza. Alla patisserie le scodelle di una indefinita pappina bianca non si contano e il “pasticcere” ha un bel da fare nel riempirle con un mestolo che pesca nel bidoncino di plastica sotto l’altro braccio. Prendiamo un sacchetto di dolcetti, unico articolo che Stefania crede di poter mangiare, e ce li andiamo a gustare su una panchina al centro della piazza. Kasserine al mattino è tutta un'altra cosa, piena di vita, un via vai di persone e merci. Al ritorno in albergo troviamo Simone e Gabriele pronti per andare a fare colazione. Gabriele dovrà pure farsi cucire uno stivale da un calzolaio – gli costerà un dinaro! – e si decide quindi che noi andiamo avanti per ritrovarci a Tozeur. Visto che siamo qui ne approfittiamo per visitare le rovine della città romana. Al cancello non ci sta nessuno e quindi entriamo in moto. Del resto per terra ci sono segni di fuoristrada che sembrano scendere verso il canyon ed è una goduria guidare per i reperti. A proposito, ma quel bellissimo canyon dove porta? Magari lo scoprirò un’altra volta. Ripartiamo in direzione di Gafsa. Dove i benzinai si fanno desiderare compaiono tavolacci con sopra bidoni di benzina e gasolio. Gafsa è una grande città moderna e ci fermiamo per un pranzo veloce. Ancora in moto; il sole splende su di noi e, se non fosse per la mia cervicale che non ha gradito il freddo di ieri, tutto sarebbe perfetto. Poi arriva il punto di uscita dalla pista di Rommel che mi ero segnato: non sembra tanto facile, c’è molta sabbia e un oued fangoso. All’ingresso di Tozeur veniamo travolti dalla processione festosa di un matrimonio e comincia la ricerca dell’hotel. Roberto è alle oasi di montagna e ci chiede di prenotare pure per loro. Ci riabbracciamo nel tardo pomeriggio e si fa la cena di Natale tutti assieme, in compagnia di Daniele (anche lui conosciuto in traghetto) e dei suoi compagni di viaggio: Daniele, Salvo e Talino, tutti e tre con Africa Twin! Gabriele e Simone invece non si presentano, sono dispersi per la città. Se non è facile trovare alcool in Tunisia, dai fuoristrada escono birre e vino! La ricerca di una festa con danza del ventre per allietare il dopocena è infruttuosa, in compenso veniamo assaliti da tutte le teste matte circolanti a quest’ora. Concludiamo quindi tra racconti e battute davanti all’ingresso dell’hotel. 25-12-2007 Abbiamo deciso di tentare una pista che percorre il chott, lambendo il lago salato vero e proprio – attualmente impraticabile per le piogge della settimana precedente – a sud-ovest, che parte poco dopo Nefta e finisce a Redjim Maatoug. Almeno quella che ho tracciato io! Perché in questa zona piatta di piste ce ne sono un’infinità, che si incrociano e vanno in tutte le direzioni. Dopo la colazione con caffè, latte, pane, burro e marmellata di fichi – sarà dovunque così! – e aver fatto fare un giro del quartiere ad un ragazzino, che mi ha osservato tutto il tempo mentre tiravo fuori la moto dal “box” dell’albergo (in realtà un corridoio di servizio invaso dalla mia e da quelle di Gabriele e Simone) e sistemavo i pochi attrezzi che mi porterò dietro oggi, siamo pronti per il chott. Roberto mi ha comunicato che vogliono farla anche loro e sono contento che non saremo soli. Però decidono di andare avanti e di incontrarci a Nefta. Divoro i pochi chilometri fino a Nefta ma delle auto nessuna traccia. Comincia una serie di sms e la loro relativa ricerca, durante la quale ci addentriamo per la parte vecchia della città e per il palmeto. Niente, non li trovo. Li aspettiamo all’uscita dell’abitato in compagnia di due bambini, ma il loro arrivo viene continuamente posticipato. Verso mezzogiorno decido che li abbiamo aspettati abbastanza e gli comunico che noi andiamo. Lasciamo Nefta verso sud e raggiungiamo il piccolo fabbricato usato dai militari che qui hanno un posto di controllo e vicino al quale una pista di sabbia compatta scende verso il chott. E’ un accesso preferenziale molto battuto dalle guide che portano i turisti ad ammirare il “piatto a 360 gradi” del lago salato, e infatti mentre mi fermo a sgonfiare le gomme passa un gruppo di quad. Li raggiungiamo subito ma le nostre direzioni si separano. Ecco l’igloo – strana costruzione da queste parti – circondato da copertoni, e la nostra pista che continua. Il fondo è buono e mi spinge a dare di gas: voliamo a 125 km/h sul chott! Poi arriva una zona di radi cespugli e la pista diventa il percorso di mezzi a quattro ruote sul quale si viaggia ancora bene. La vegetazione compare e scompare, fuori dalla pista il terreno è molto meno compatto e alle volte si attraversano zone poco fangose. Gli incroci con altre piste sono frequenti, bisogna avere ben presente la direzione da seguire. In ogni caso le tracce principali sembrano formare un reticolato secondo due direzioni ortogonali. Il paesaggio è bellissimo e la solitudine totale. Andiamo avanti per quaranta km, poi capisco di aver sbagliato pista e di trovarmi su una parallela più a nord. Nessun problema, ad un “incrocio” svolto a destra e dopo poco ritrovo la mia. Ci fermiamo per sgranocchiare qualcosa; ai lati delle piste adesso c’è molta sabbia e ogni tanto le invade, bisogna tenere gli occhi aperti. Stefania si volta e stupita esclama: «guarda!». Alle mie spalle un gruppo di dromedari pascola lontano tra i cespugli. La nostra pista si perde all’orizzonte e presto la situazione peggiora. Ci stiamo infatti allontanando dal chott e la pista diventa sempre più sabbiosa, anzi adesso è ridotta al semplice prodotto dei fuoristrada che hanno eliminato le vegetazione passandoci sopra. Questo, insieme alle tracce delle ruote, è l’unico elemento che distingue la “pista” e quando questa passa per i bassi campi dunosi si fa davvero dura perché c’è solo sabbia soffice sotto le ruote. Il rischio di infossarsi è costante e bisogna affrontarli evitando di fermarsi, ma stando seduti in sella non è per niente facile: l’anteriore tende ad uscire dai canali dei fuoristrada e la moto vi si intraversa sopra, a quel punto è facile cadere. Quando la sabbia è più alta Stefania preferisce scendere e andare avanti a piedi. Mi vede alzare fontane di sabbia alte due metri dietro le quali io e l’AT scompariamo completamente. Sono stanco, siamo stanchi! Guidare in queste condizioni e in due toglie le forze, Stefania confesserà che a questo punto era tanto scoraggiata e anche preoccupata che non ne saremmo usciti. Sarà un miraggio? Forse, ma a me quello laggiù sembra il tetto di una jeep. Avanziamo e scopriamo che si tratta piuttosto di un camion; risaliamo la pendenza e appare un intero accampamento! Si vedono camper e fuoristrada, insieme ad un bel numero di grandi tende, due delle quali proprio enormi. Strabuzzo gli occhi, sarà vero? E intanto all’accampamento notano la nostra presenza. Non sembrano tunisini, il loro abbigliamento è completamente differente. Stefania non è tanto sicura che andare verso di loro sia una buona idea, ma io non ci penso due volte e ingrano la prima. Tra le dune non si guida poi tanto male, sono basse, però non è facile cambiare continuamente direzione e passo sopra diversi cespugli, volando poi giù dal lato sbagliato della duna. Saremo sicuramente uno spasso per la piccola folla che si è adunata. Li raggiungiamo e ci accerchiano tenendosi a distanza, ma sono amichevoli e sorridenti. Altro che tunisini questi sono arabi! Sarà per i tanti chilometri in fuoristrada, sarà perché non ho ben capito dove sono capitato, ma il primo approccio è molto goffo da parte mia. Uno di loro ci da il benvenuto e ci accompagna verso una delle tende. Per terra la sabbia è coperta da bellissimi tappeti, ci fanno accomodare in fondo e loro si dispongono tutti intorno, meno in nostro interlocutore che si siede al centro, proprio di faccia a noi. Sembra l’unico che ha diritto di parlare e lo fa in un inglese migliore del mio. Ci viene portato del tè che beviamo solo lui, io e Stefania. Insomma è certamente lui che comanda qui e gli altri sembrano tutti al suo servizio. Noi siamo gli ospiti e l’ospite è sacro: ci vengono portati datteri e frutta fresca tagliata a fettine. Io prendo un secondo bicchiere di tè mentre chiacchieriamo e pian piano realizzo la situazione. Sono sauditi e sono qui per la caccia col falco! A quanto pare nei loro deserti non ci sono tanti uccelli da cacciare. Siamo stati benissimo, io mi accamperei qui solo per vederli all’opera nel loro sport, ma la realtà è che dobbiamo andare. Il nostro nuovo amico ci chiede se vogliamo telefonare nel nostro paese – stavo osservando l’enorme parabola montata su un camion evidentemente equipaggiato come centro comunicazioni – ma garbatamente rifiutiamo. Alla moto ci viene presentata una busta piena di viveri che non possiamo assolutamente portare con noi, accettiamo solo una confezione di datteri sotto vuoto e due bottigliette d’acqua. Poi salutiamo tutti e sotto gli sguardi nuovamente divertiti tento di raggiungere la pista. Il camion il cui tetto avevo visto da lontano contiene un potente gruppo elettrogeno ed è per questo che sta fuori dall’accampamento. Meno male che il tè e la pausa mi hanno ridato energie perché adesso la situazione è davvero impegnativa. La sabbia è sempre alta, le tracce si dividono alla ricerca di passaggi più facili per poi ricongiungersi. Ad un certo punto scompaiono anche! «E ora che facciamo?» chiedo a Stefania, ma più che altro per darle un po’ di “pepe” (come se ce ne fosse bisogno…), io so perfettamente che non ho molte alternative: o vado dritto o torno indietro. Per fortuna le tracce riappaiono e si continua. Ma su questa sabbia non può non presentarsi la caduta. La ruota esce dal solco, la moto si ferma istantaneamente e ci ritroviamo per terra senza neanche il tempo di reagire. Per fortuna che l’atterraggio è morbido! Magari si cadesse sempre così. Sguscio fuori dalla moto e insieme la rialziamo: anche l’AT non si è fatta niente. Alla seconda caduta siamo più tranquilli. «Dai alzati». «Non posso, sono bloccata». Stefania è rimasta in sella e ha una gamba sotto la moto. «Allora aspetta». Io riesco a liberare la mia gamba, mi alzo e sollevo la moto quel tanto che basta per permetterle di venirne fuori. Non ci siamo fatti niente ancora una volta, e sono pronto al “non c’è due senza tre”. Ma così non è: finalmente appaiono le palme dell’oasi di Redjim Maatoug. Dopo 80 km non poteva mancare la pozzanghera di fango che mi impiastra scarpe, calze e pantaloni, inumidendomi anche le dita dei piedi. Poco male, ne siamo quasi fuori; superiamo la piantagione e guadagniamo l’asfalto! Due ragazzi ci guardano perplessi, si staranno chiedendo da dove sbuchiamo, gli offro due sigarette e fumiamo in silenzio. Foto e via sulla strada del ritorno, quella militare che confina con l’Algeria. E infatti fortini, punti di controllo e convogli si susseguono fino ad Hazoua. Il paesaggio è bello sotto al sole del tramonto ma mi aspettavo di più da questa strada di cui ho letto tante volte. Che poi cosa mi sarei dovuto aspettare non è che lo sappia veramente. Magari l’incontro con qualche dromedario? Beh, di quelli ne abbiamo incontrati abbastanza ai margini del chott. Prima di entrare a Nefta vado a recuperare la piastra di acciaio che uso sotto al cavalletto per non farlo sprofondare e che ho dimenticato dove ho sgonfiato le gomme. Ultimo saluto al chott e dritti verso l’hotel che raggiungiamo quando ha appena fatto buio. Dalla finestra della stanza si sentono tamburi ad un ritmo incalzante. Vogliamo cenare e ci incamminiamo verso il ristorante dove abbiamo cenato ieri. Gabriele e Simone sono stati alle oasi di montagna oggi e ci raccontano delle meraviglie che hanno visto. Usciamo insieme dall’albergo e nella stretta via adiacente troviamo una folla di gente che sembra danzare alla luce di un fuoco, sono i tamburi di prima. Assistiamo così ad una rarità: queste danze servono a liberare le menti di due giovani, un ragazzo e una ragazza, una specie di esorcismo! Incensi vengono bruciati, anziani intonano motivi mentre picchiano sui tamburelli, altri uomini ballano tenendo in mezzo il ragazzo con la testa verso terra, le donne in disparte stanno a guardare. Ci mettiamo vicine a queste, in un angolo per non disturbare, Gabriele mi suggerisce di non avvicinarmi troppo, di non dare troppo nell’occhio, ma lo perdono: non sa chi sono io! Ma altro che disturbo, le donne ci portano subito dei cuscini dove sederci. Stefania però non vuole avvicinarsi, la scena la inquieta e ce ne andiamo. Dopo cena facciamo un giro notturno della medina con i ragazzi ed un tunisino che ha un negozio di souvenir e con il quale sono diventati amici. Ci concediamo un lancio bonus di sassolino contro una parete di piccoli fori, se il sassolino non cade a terra si esaudisce un desiderio, ma vale anche per il lancio bonus? 26-12-2007 Oggi è il nostro turno di visitare le oasi di montagna. E’ anche arrivato il momento di lasciare Tozeur per spostarci logisticamente a Douz, c’è quindi da sistemare tutti i bagagli sulla moto. Il Chott El Gharsa si estende piatto alla sinistra dell’asfaltata che sale dolcemente verso le montagne. Il contrasto tra i monti e il lago è notevole, mi piacerebbe voltare a sinistra e correre sul chott, ma non è proprio il caso, carichi come siamo, e poi devo ricordarmi che questo è un viaggio turistico, non un rally del deserto! E però scorrono nella mia mente le foto di Gabriele e Simone al tramonto fatte proprio qui il giorno prima. Niente, devo pensare ad altro, devo concentrarmi sulla meta di oggi, però guarda quella pista che corre qui a fianco! Almeno potrei andare su quella! Guarda il chott, è dorato! Riesco a malapena a trattenermi e dopo 60 km di sofferenze arriva Chebika. ![]() Parcheggio e veniamo assaliti dai bambini, uno riesce a piazzarmi una collanina per un dinaro, un altro vuole cambiato l’euro, l’altro ancora vuole che compro una pietra. Alla fine dell’assalto si presenta una sedicente guida ufficiale che vuole cinque dinari per farci fare il giro delle rovine e dell’oasi. Mio malgrado mi piego alla sua volontà, anche perché il solo fatto che la borsa da serbatoio possa aspettarci al ristorante del suo amico, e non debba così portarmela in groppa tutto il tempo, vale almeno metà della spesa. La vecchia Chebika, sciolta da ventidue giorni di pioggia torrenziale, domina dall’alto la nuova, in mattoni e cemento. La nostra guida ci porta ancora più in alto tra le rocce, ne stacca un tipo per Stefania dicendole che serve per farci i fanghi – ci sarà da fidarsi? – per poi ridiscendere verso l’azzurra piscina dove, oltre alle solite pietre in vendita, trovo una famiglia di italiani con i quali mi metto a chiacchiera. Lui lavora qui in Tunisia per una compagnia petrolifera, lei si è messa in aspettativa per seguirlo e adesso sono in viaggio con il figlio al quale vogliono far conoscere questo paese dai mille, volti tutti nuovi ad un europeo. Beh, beati loro che hanno la fortuna di dover vivere qui, in Africa! Seguendo il corso dell’acqua ritorniamo allo spiazzo dove abbiamo lasciato la moto, paghiamo la nostra guida e ce ne andiamo. Sulla strada per Tamerza è segnata una cascata e prendiamo immediatamente per questa piccola deviazione. La cascata non è niente di eccezionale, ma l’ambientazione è piacevole. Arrivo a Tamerza deciso a cacciare rudemente ogni locale che si avvicina per farci da cicerone tra rocce e palme, ma mi ritrovo braccato. Messo alle strette, provo una fuga sulla sabbia a lato delle rovine, ma il secondo aspirante accompagnatore mi segue imperterrito sulla sua bicicletta. Io gli faccio capire che non ho intenzione di pagare nessuno ma lui ci segue lo stesso e infine ci convince a visitare l’oasi. Maledetto!, l’oasi è bellissima ma è enorme e ce la fa attraversare tutta, facendoci vedere le sorgenti, i diversi tipi di palme, i canali, e cogliendo un melograno dissetante e saporito. Oltre l’oasi Tamerza è proprio lontana e noi andiamo in direzione opposta verso un altopiano e il famoso canyon. Vedo il sole troppo basso, la sua luce calda: si sta facendo davvero tardi per la pista di Rommel! Maledetto Abdul! Che poi sei pure simpatico, ma mi stai costando la pista che tanto mi incuriosiva e che dopo tante ricerche credo pure di aver trovato. Dopo una lunghissima camminata arriviamo alla moto che sta quasi tramontando. Qualcuno si è fregato il torrone del bazar, già parzialmente sgranocchiato, ma tutto il resto è al suo posto. Caro Abdul, avevo detto che non ti pagavo, quindi, anche se hai perso due ore con noi, ti fai bastare questi due dinari. Addio pista di Rommel. C’è a malapena il tempo di correre a Midès. Ad una rotonda prendo sabbia senza accorgermene e la ruota posteriore si lancia in una violenta derapata, ma tutto è sotto controllo. A Midès fulmino la sedicente guida e ci avventuriamo tra le rovine fino allo spettacolo del canyon, profondo e lontano. Abbiamo solo un paio di minuti e dobbiamo già andarcene: sta tramontando e noi siamo sulle montagne mentre ormai dovevamo essere sul chott El Jerid diretti verso Douz. E’ una lunga corsa sui nostri stessi passi; quando raggiungiamo il chott che l’ultimo paesino è alle nostre spalle e davanti a noi ci sono solo sessanta chilometri di rettilineo in mezzo al nulla si accende la spia della riserva! Il dubbio è di quelli per me terribili: devo perdermi gli ultimi raggi di sole sul chott per tornare indietro a fare benzina oppure tentare la traversata? Ovviamente scelgo la seconda e avrò modo di riflettere a lungo su questa decisione. Le pietre miliari si susseguono lentamente, troppo lentamente: Kebili 60 km, 59 km…. 58 km! Arriveremo mai? Per fortuna, quando tutto sembra perduto, scopro che prima di Kebili ci sono altri centri abitati e finalmente trovo un distributore di benzina aperto 24 ore su 24. Mi sento più leggero ora che il serbatoio è pieno e possiamo correre fino a Douz. Quasi nessuno viaggia nel mio senso di marcia mentre tutti sembrano andare in quello opposto; di illuminazione non ce n’è e i miei fari non illuminano granché, soprattutto quando quello sinistro si spegne, a causa di qualche contatto difettoso, per alcuni secondi, continuando ad accendersi e spegnersi per tutta la tratta. Arriviamo a Douz ad un orario decente e facilmente trovo anche l’albergo dove sta Roberto e tutti i suoi con i quali andiamo a cena. Per me, Roberto e Pasquale sono tre portate! Tutte debitamente strafogate… 27/28-12-2007 Douz è in fermento. Da ieri è sede del festival del deserto, un evento annuale che si tiene alla fine di dicembre, e per strada ci sono musiche e genti vestite nei modi più insoliti. C’è anche tanta confusione, oggi è il giorno del mercato degli animali ed è lì che ci dirigiamo. Pecore, capre, galline, cavalli, asini, i compratori valutano bene le bestie ma non vedo concludere affari. Fuori dal mercato, bancarelle di unguenti e spezie contendono i clienti alle botteghe artigiane. Poi il souq con i suoi quattro ingressi, frenetico, pieno di colori, di merci e di gente. Vaghiamo per le vie di Douz tutta la mattina e poi cerco un fabbro per arrangiare un cavalletto più “desertico”. Lo trovo e riusciamo a capirci anche sul lavoro da fare. Tempo una mezz’ora l’AT ha una bella piastra di circa 10x10 come base di appoggio che dovrebbe reggere anche in cima ad una duna. Nel pomeriggio ci dirigiamo verso la porta del deserto per assistere al festival. I locali vanno a piedi o affollati su poveri carretti, probabilmente hanno assistito allo spettacolo di ieri ma non rinunciano a rivederlo oggi. Di stranieri ce ne sono, ma si perdono tra la folla almeno fino a quando non me li ritrovo davanti le transenne come fotografi o cameraman. Lo speaker annuncia in arabo l’inizio del festival e poco dopo parte la prima corsa di cavalli. E’ un susseguirsi continuo di corse, esibizioni, caccia alla volpe, “lotte” tra dromedari, parate e rappresentazioni delle attività del deserto, che dura diverse ore. Tutto è molto suggestivo, gli occhi si riempiono di colori e di immagini straordinarie. Alla fine tutte le tribù si presentano al bordo della pista e i cavalieri si lanciano al galoppo sui loro veloci cavalli bardati con i colori più vivi sullo sfondo di un tramonto nel deserto. ![]() Il cielo è proprio nero stamattina e non promette niente di buono. Poco ci importa: oggi affronteremo il deserto per arrivare al Cafè du Desert! Lasciamo l’albergo che pioviggina. Roberto e gli altri sono già andati via, non ci hanno aspettato ma un sms dice che sono ad un distributore agip sulla strada per Kebili… Ma il deserto non è dall’altra parte? Li cerchiamo ma non li troviamo. Dopo un primo momento di disagio e dubbi sul da farsi (torniamo in albergo e decidiamo dove andare per i fatti nostri?) ci dicono di essere alla porta del deserto e lì li troviamo nel momento delle foto prima della partenza. Il campo di dune che circonda la zona dove si svolge il festival sembra poter essere aggirabile e allora Roberto ci guida attraverso l’oasi alla ricerca di un passaggio. Ma l’oasi è ridotta ad una fangaia terribile e alla fine dobbiamo arrenderci. Il fango mi arriva già fin quasi al ginocchio. Torniamo alla porta e affrontiamo il campo di dune. Sarà per la pioggia che ha reso la sabbia più compatta, riusciamo a superarlo senza eccessive difficoltà e anzi divertendoci molto, sul chott è stata più dura. Alla prima sosta più lunga del solito mi fermo per sgonfiare le gomme. I campi di dune non sono sempre facili per l’auto di Pasquale e bisogna effettuare qualche giro di ricognizione dove le dune sono più alte per trovare il passaggio migliore. Poi troviamo la pista e la fantasia lascia il posto alla sola tecnica: quella di rimanere in piedi nei tratti depressi dove l’acqua accumulata ha trasformato la sabbia in una trappola di fango. Ma in questa zona ho segnato un pozzo! Vogliamo andare a vedere? Roberto sembra non stesse aspettando una scusa migliore per lasciare la pista e inoltrarsi tra le basse dune coperte da rada vegetazione. Il pozzo non si trova, sarà stato coperto dalla sabbia? Mi sembra difficile oltre che una possibilità veramente rischiosa per noi che staremmo girandoci sopra in circolo. Diamo gas e corriamo verso la pista che seguiamo fino al Cafè du Desert. Che posto! E’ una semplicissima costruzione in mattoni e cemento delimitato da una parete di foglie di palma; ad attenderci troviamo il gestore con quale scambio due chiacchiere davanti alla Africa Twin già parzialmente ricoperta di sabbia e fango e con un ramoscello grigio e giallo incastrato nel forcellone. All’interno il cafè è un collage di magliette, adesivi e biglietti da visita. Ci fermiamo il tempo di riposarci davanti al solito bicchierino di tè alla menta. Fuori dal caffé un fortino bianco e azzurro accoglie l’occhio sempre vigile dello stato. Bisogna intenderlo come una protezione che rende il deserto più sicuro per tutti. Al ritorno in albergo siamo decisamente bagnati, un po’ per la pioggia, un po’ per il fango, soprattutto le mie scarpe da trekking. Il phon in questi casi è un magico alleato. 29-12-2007 Ed eccoci qui, dopo l’assaggio di ieri abbiamo deciso di percorrere tutti assieme il deserto fino a Ksar Ghilane! I nostri bagagli li carichiamo sul fuoristrada di Peppone ma il tempo di girarmi e anche stamattina partono senza di noi. Fissiamo l’incontro all’imbocco della pista per la quale siamo tornati ieri, ma non ci sono e mi fermo dove le mie ruote incontrano la sabbia. Prima che arrivano passa un quarto d’ora abbondante durante il quale subiamo passivamente la pioggerellina che in questi giorni sembra non voler abbandonare il sud della Tunisia. Accanto a noi un allevamento di dromedari, sono tutti rivolti verso il deserto, ma non per romantica contemplazione dell’orizzonte giallo, quanto piuttosto per stare controvento e non farsi colpire dalla pioggia negli occhi. Due bambini ci notano e si avvicinano, ci guardano in silenzio, gli sorrido e dalla tasca della giacca tiro fuori due monete da un dinaro. Ne sembrano contenti, ma è nulla rispetto allo stupore di quando arrivano i fuoristrada dei nostri amici da cui fuoriescono sacchetti di vestiti divisi per fasce di età. A questo punto si avvicinano pure gli adulti, una donna tira fuori un bambino che teneva avvolto non so dove intorno al collo. Ci scappa pure il giro sul dromedario per le ragazze e Peppone, mentre io regalo il brivido di una corsa sull’AT ad uno dei ragazzi. ![]() La pista di oggi è molto meno fangosa di quella di ieri e molto più battuta. Per un primo pezzo siamo in compagnia di una colonna di altri fuoristrada. L’abbandoniamo in prossimità di un campo di basse dune e incrociamo i solchi del passaggio di altri mezzi. Sul nostro cammino troviamo un pozzo in disuso, abbiamo percorso solo undici km dalla fine dell’asfalto. Le dune si susseguono, ma è facile navigarvi alla base: sono sufficientemente distanziate tra loro. Mezz’ora dopo le dune “vere” sono ormai lontane e la pista è sempre ben battuta, per quanto a tratti fangosa. Ci sono altri mezzi ma nessuna moto, alle volte la pista si sdoppia ed è in uno di questi tratti che sia io che Roberto ci divertiamo a dare gas, correndo “parallelamente”. La moto va più veloce e decido di andare avanti un pezzo per avere il tempo di potermi posizionare a fargli due scatti. Ma finisce che gli scatti ce li facciamo tra noi io e Stefania, loro proprio non arrivano. Eppure devono passare di qui, o no? Non ho visto altre piste, ma andavo veloce e non è affatto detto, potrebbero aver preso un’altra direzione. Per non sbagliare decido che la cosa migliore è quella di rimanere fermo ad aspettarli. I minuti scorrono ma nessuna notizia di loro. A proposito di notizie, magari se accendo il cellulare… Siamo in mezzo al deserto e non dovrebbe funzionare, ma tentar non nuoce! E infatti c’è campo! E’ passata quasi mezz’ora, non sono voluto tornare indietro e nessuno di loro è passato di qui; mi convinco quindi che devono aver preso un’altra direzione e quindi, se tutto va bene, ci vedremo a Ksar Ghilane. Provo a comunicarglielo con un sms e questo effettivamente viene inviato. In neanche 700 metri scopro che c’è campo gsm perché siamo arrivati al Jebil National Park e alcune guardie ne dovrebbero custodire l’ingresso. Prima del parco si presenta a noi il Cafè du Park, decisamente più carino del cafè di ieri anche se molto meno frequentato. Ci fermiamo a prendere un tè, in un anfratto è sul fuoco il tipico pane tondo e subito davanti all’ingresso un pannello fotovoltaico produce energia elettrica che nessuna linea porterebbe qui. Altri venticinque chilometri di pista ed ecco un altro campo di dune allungate dal vento, alcune formazioni formano dei cordoni spettacolari. Arriva un altro caffé, ma non ci fermiamo, è tardi, sono anche un po’ stanco e l’oasi è ancora lontana. Finalmente incontriamo anche altre moto, tutte monocilindriche in piccoli gruppi con mezzi di appoggio, fuoristrada o camion; nascosti da casco e mascherina è difficile dire cosa pensano di noi che viaggiamo in due e da soli. Poi finalmente incontriamo pure due motociclisti su KTM bicilindriche che viaggiano senza mezzo di appoggio, l’incontro avviene proprio in corrispondenza di una duna alta e talmente battuta che diventa difficile da superare. E infatti mi trovano mentre rialzo la moto dalla prima caduta della giornata! Scopro quindi che sono italiani e ci dicono che la parte difficile non durerà molto. Vado un po’ indietro, prendo velocità e valico la duna (che mi si presenta dalla lato ripido) fuori dalla parte battuta: ne sono in cima e possiamo proseguire, uno dei due KTM va invece accompagnato di braccia per farlo scendere in direzione opposta. Alla fine di questo difficile campo di dune si estende una spianata rocciosa sulla quale devo procedere con prudenza, la pressione delle gomme è molto bassa e posso pizzicare facilmente una camera d’aria. Ci sono decine di dromedari al pascolo. Poi ancora sabbia molle e dune, le tracce si dividono in due direzioni, alzo il dito al cielo, scelgo quella di destra. E’ quella giusta! Finalmente si vede all’orizzonte il verde dell’oasi. Ma prima di arrivare si presenta l’ultimo campo di dune. Niente di preoccupante, stavolta sono basse e le tracce sembrano essere scavate dai camion per quanto sono larghe, le ruote della moto ci passano senza difficoltà. Finalmente l’oasi. Si notano strutture in cemento del campeggio ed ecco un passaggio tra gli alberi, siamo proprio alla piscina di acqua termale e nel freddo umido di questa giornata l’acqua emana un vapore che rende l’atmosfera surreale. Ce l’abbiamo fatta. Fermo la moto davanti al cafè e andiamo a sederci ad un tavolino. Dei nostri amici nessuna traccia. Accendo il telefono e scopro la verità: il fuoristrada di Roberto saltando una duna si è spento dopo l’atterraggio e non ne ha più voluto sapere di ripartire! Erano quindi fermi poco prima di dove mi son fermato io per scattargli le foto. Ritornati indietro al traino di Peppone per oltre trenta chilometri fino a Douz, hanno scoperto che la colpa è stata di un sensore antincendio che, inteso l’atterraggio come un incidente, ha bloccato l’afflusso del carburante. Il meccanico capace di trovare immediatamente la ragione dell’improvviso ammutolimento del propulsore ha poi realizzato un saldatore artigianale con un chiodo e con questa meraviglia tecnologica ha tranquillamente operato sulla centralina per escludere il sensore! Fatto sta che adesso loro sono a Douz e noi a cento chilometri di desertica distanza, senza bagagli, documenti e soldi! Eh già perché vista la continua pioggerellina avevo dato loro tutto quanto mi ritrovavo in tasca che fosse sensibile all’acqua! Mando quindi un sms con la nostra posizione e situazione: pensate di venirci a salvare? Quando ormai è buio i nostri amici vengono davvero a salvarci, portando tra l’altro anche un bidoncino di benzina per la mia cavalcatura. Fortunatamente durante la lunga attesa Fathi, il proprietario del cafè, ci ha accolti come fratelli, offrendoci diversi bicchierini di tè alla menta, un po’ di pane con burro e marmellata e una coperta per tenermi caldo dato che la mia giacca è completamente zuppa. Per dormire occupiamo due tende di uno dei campeggi dell’oasi ed entro una di queste viene attrezzata una cucina da campo dove si prepara una gustosa pastasciutta. Per una volta anche Stefania può mangiare! 30-12-2007 La luce di un sole nascosto dalle nubi filtra attraverso gli spiragli della tenda e ci svegliamo prima che il gallo cominci insistentemente a cantare. Il primo ad alzarsi è Roberto, ma subito tutti i maschietti della tenda siamo in piedi. Una volta all’aperto ti accorgi che c’è già chi sta attrezzando la sua KTM nuova fiammante per la giornata. I caffè preparati con la moca gigante si susseguono e siamo pronti per raggiungere il fortino di Ksar Ghilane! Le tre automobili si lanciano per la pista segnata da chi è passato poco prima. E’ impegnativa perché poco compatta, ma è più un problema per le moto che per le loro quattro panciose ruote motrici, infatti presto ci distaccano. Passare sui loro solchi è troppo difficile e non me la sento di avventurarmi fuori pista con Stefania e le dune così alte. Cadiamo, nessun problema, succede sempre nel momento in cui la moto si ferma e la sabbia è sofficissima. Si ricomincia, ma dura poche dune, poi un solco incrocia un altro e finiamo fuori “pista”, la posteriore gira ma non ci muoviamo di un millimetro. Non c’è verso che la tiri fuori, le ho provate tutte ma è troppo giù, dovrei sbancare mezza duna. Salgo in cima e mi sbraccio in direzione dei nostri amici, già sulla sommità della collina del fortino, oltre il campo di dune. Peppone e Roberto capiscono e vengono in soccorso. Guardo Stefania: è piena di sabbia, ma sull’antipioggia va giù facilmente. Dove se ne è depositata drammaticamente è invece sulla Nikon! Poverina! E’ una scena pietosa, Stefania non deve averci badato molto mentre tentava vanamente di spingere per liberare la moto. I ragazzi intanto si stanno divertendo a tornare indietro e arrivano subito. In tre tiriamo fuori di peso l’AT, poi tutti sul fuoristrada e io da solo in moto, finalmente libero di stare in piedi sulle pedane senza costringere Stefania a tenersi il mio sedere ad altezza viso. Così è tutta un’altra cosa! Divertente! Quasi facile! Ma, soprattutto a causa dello sforzo durante la parte iniziale fino all’insabbiamento, arrivo alla radura davanti alla collina del forte senza fiato. Io una salita così non l’ho mai fatta e qui è sabbia e pietre: so che non posso farcela ma devo provarci e se sto a riprendere fiato girando in tondo deciderei di non tentare. Con la mente annebbiata dalla carenza di ossigeno non scelgo il solco più agevole e il gas non è abbastanza. A metà salita mi fermo, non c’è verso di proseguire, Peppone mi vede e scende giù balzellando con quelle sue gambe lunghissime, grazie alle quali, piantate bene per terra, e a me che spingo da dietro portiamo a termine il compito. Eccoci quindi in cima alla collina su cui si stagliano le rovine del fortino romano, ancora ben conservate. Io sono sfinito, a terra senza fiato. Peppone e Roberto se ne approfittano e mi saltano addosso improvvisando un’energica rianimazione che mi impedisce definitivamente di respirare! Quando finalmente decidono di avermi dato il colpo di grazia mi lasciano strisciare fino all’Africona, riesco ad afferrare il telaietto posteriore: amica mia aiutami tu! Il campo di dune e poi l’oasi e poi l’orizzonte infinito ovunque giri lo sguardo. La vista è meravigliosa. La sabbia rossa è un sogno tra le mani. Prendiamo tempo per gustarci questo luogo. Un KTM cade dove mi ero infossato io, il suo amico col quad lo soccorre ma il motore sembra non volerne sapere di ripartire; così la forcella viene legata con una fune al quad che lo rimorchia fin sotto la collina da cui osservo questa scena e finalmente c’è un terreno abbastanza compatto da permettere al motore di essere trascinato fino a partire. Il pilota poi si cimenta abilmente nella salita al fortino per la via migliore: bravo, tu dal campo di dune però ne sei uscito al traino! Torniamo verso l’oasi per l’altra pista che taglia le dune, più facile e battuta. Peppone istiga Stefania a stare in piedi sulle pedane, aggrappata a me e finalmente lei si convince. Non regge tratti più lunghi di un centinaio di metri, ma la guidabilità è impareggiabile e ci divertiamo molto. Ma all’imbocco dell’oasi Roberto però tira dritto e ci gira attorno, passiamo il povero villaggio che sorge a est vicino alla strada per fermarci al monumento alla colonna del generale Leclerc che qui per due settimane ha respinto vittoriosamente l’assalto dell’esercito tedesco. Foto ai componenti del gruppo e poi velocissimi lungo una pista verso sud. L’AT vola sicura sullo sterrato sabbioso, il motore urla tra seconda e terza, e quando le cose si fanno facili anche quarta e quinta! Corriamo verso un punto gps che non ha alcun senso, ma poco importa, era la scusa buona per divertirsi ancora un po’. E adesso tutti alla piscina a fare il bagno! L’acqua pare essere a 35°, non male per il 30 dicembre! Comunque è calda e fumante. Stefania e Gabriella sono le prime a doversi cimentare con la svestizione e l’essere sotto gli sguardi di tutti i tunisini qui presenti le imbarazza non poco. Ma è il loro destino e provvedo affinché si compia. Alla spicciolata arrivano anche gli altri e alla fine pure io mi denudo e mi tuffo, in mutande. Tè alla menta servito dal mio amico Fathi su un tavolino galleggiante e quando ci siamo lessati per bene dritti alla tenda in campeggio, dove la pasta è quasi pronta per essere servita. Finiamo di mangiare e subito si caricano i mezzi. Le 16.00 sono passate da un pezzo e il cielo si è fatto plumbeo. I tre fuoristrada partono mentre noi decidiamo di mettere gli antipioggia e quando usciamo dal campeggio non li troviamo. Avranno fatto strada per la pipeline, peccato che io sono venuto dal deserto e non ho idea di dove la si raggiunga. Esco così dall’oasi per un’altra direzione, ma non trovo nessuno né tantomeno un qualche segno di asfalto, solo piste poco battute, poi un pastore con il suo gregge, tiene un agnello in braccio ma non parla neanche il francese. Mi indica una direzione dentro l’oasi, in qualche modo sarà poi anche quella giusta, ma come fidarsi? Torno al campeggio e chiedo ai due “custodi” all’ingresso, loro non li hanno visti. Allora esco nuovamente dall’oasi in un’altra direzione, sarà passato almeno un quarto d’ora ma di loro nessun segno, oltre il villaggio vedo due fuoristrada scuri, ma sono lontani e in marcia, non riesco a distinguerli. Ad ogni modo chi si incammina a quest’ora e con questo tempo va sicuramente verso l’asfalto, quindi prendiamo la stessa direzione. Alcuni chilometri passano, sono indeciso se fermarmi o tornare indietro o proseguire, non ho idea se sono avanti o se magari mi stanno cercando. Stefania ha lo stesso dubbio e come me non riesce a riconoscere i fuoristrada avanti a noi. Almeno fintanto che non mi decido a raggiungerli, accelero oltre i cento e la pioggerellina diventa fastidiosa, loro vanno sugli ottanta e ci vuole un po’ prima di notare i dettagli del Toyota di Roberto. Per non aspettarci all’uscita del campeggio abbiamo perso una notevole quantità di tempo! Mi spiace, ma stavolta siete voi ad avere proprio sbagliato. La pioggia si fa sempre più insistente, meno male che abbiamo gli antipioggia. Cioè io il sopra non lo ho, la guida in notturna e sotto la pioggia non era mai stata messa in conto e se mi ci ritrovo è solo per il piacere della loro compagnia, perché stiamo viaggiando in gruppo; per lo stesso spirito con il quale loro ci hanno raggiunto a Ghilane la sera prima. Peppone è in cima alla colonna, noi siamo ultimi dietro Roberto il quale mi indica dove passare cambiando traiettoria in modo da evitare le pozze più profonde. Raggiungiamo la Douz-Matmata e ci dirigiamo verso la seconda. La meta sarebbe El Jem, ma appare presto evidente che non riusciremmo mai ad arrivarci in queste condizioni. Tra l’altro la pioggia si fa sempre più intensa e l’ascesa per Matmata diventa impegnativa con le tassellate. Quando raggiungiamo il crocicchio principale del paese accosto Peppone e gli dico che noi ci fermiamo qui, loro sono liberi di proseguire. La solita improvvisata guida locale ci porta fino all’hotel Matmata, dove scarico i bagagli e blocco subito una stanza. A dire il vero l’autobus di giapponesi nella hall è quanto di peggio potevo vedere, una di loro va in escandescenze quando giro le spalle alla reception: pare che per lei non ci fosse posto – o almeno così avrà capito – mentre a me una stanza l’hanno data subito. Se passate da Matmata state attenti a non capitare in questo omonimo albergo. Tralasciando sul fatto che mi sono sentito chiedere 80 dinari e che per tutta risposta gli ho detto che la prendevo per 40 senza ammettere alcun tipo di trattativa, questo è un postaccio, diventato di molte pretese, malamente imbiancato per sembrare vagamente in tema con le case trogloditiche, sporco, con una cucina completamente snaturalizzata per risultare mediamente commestibile al palato di qualunque turista europeo dei viaggi organizzati, che generalmente hanno difficoltà ad apprezzare la cucina locale. Per arrivare al ristorante dell’hotel ci siamo dovuti rimettere le scarpe completamente fradice. Le mie non sono semplicemente bagnate, all’interno contengono una piccola pozzanghera. Per una cifra comunque esagerata, ci vediamo servire un menù fisso di brodaglio con semolino, poi riso in bianco con salsa di pomodoro sopra, pollo liscio con patatine per la prima volta surgelate, quattro piccole arance. Che tristezza! Prima di addormentarmi faccio la conoscenza di una pulce che mi passeggia sulla spalla. 31-12-2007 Le scarpe sono ancora più che umide ma andiamo comunque a visitare Matmata e le sue case trogloditiche. Roberto e i suoi sono arrivati a El Jem alle 23.30 sotto una forte pioggia per tutta la tratta: abbiamo fatto bene noi a fermarci. Come guida abbiamo un bambino che ci porta per alcune case sotterranee adattate per i turisti. Mantengono però una sincera originalità mista ad un’ingenua voglia di spiegare e mostrare un passato che appartiene appena al ieri. Lasciamo Matmata per raggiungere El Jem. Il tempo ci assiste fino alla fine, i tunisini danno invece sfoggio di tutta la loro follia suicida, soprattutto nei grossi centri abitati: auto contromano, motorini che tagliano tutta la strada senza badare a chi deve evitare di passargli sopra e pedoni che confondono la durezza delle lamiere con quella della propria pelle. L’anfiteatro di El Jem lo si vede a distanza prima di entrare in città, la sua mole la domina e trovarlo non è complicato pure nel dedalo di vie mal ridotte che lo circonda. Dopo averlo ammirato alla luce del tramonto, decidiamo di mangiare nel primo ristorante che capita, quello di fronte. Quale errore! Il cibo non è malaccio, ma neanche un granché, però lo paghiamo caro e dobbiamo pure sopportarci la televisione italiana che il proprietario pare tanto soddisfatto di mostrarci e commentare. I turisti italiani che vengono a mangiare qui sono felici di assistere a programmi quali “la prova del cuoco”! Ma non trovano di meglio da fare in Tunisia? Perché allora non se ne stanno a casa loro? Un’informazione però si rivelerà esatta: la strada che collega El Jem con Kairouan è buona per i primi quindici chilometri, dopo è ridotta male a causa dei tanti giorni di pioggia. Sarà! Intanto però qui si sta annuvolando e non promette niente di buono, visto che c’è ancora luce vale la pena di tentare. Roberto mi ha mandato un sms stamattina per sapere dove eravamo. Gli rispondo che se c’è posto per noi in albergo li raggiungiamo, ma la risposta non arriva. Decidiamo di andare lo stesso a Kairouan, qui non c’è molto altro da fare. All’inizio si va tranquilli, il traffico è scarso e le condizioni dell’asfalto sono buone, quando però il sole tramonta definitivamente la situazione peggiora. Gli ultimi dieci chilometri sono terribili. I fari non illuminano granché mentre mi accecano quelli delle tante auto che ci vengono incontro, o meglio che mi vengono contro! Infatti il fondo fangoso per lunghissimi tratti impone passaggi obbligati e se non vedo sono costretto a fermarmi; carichi come siamo è difficile ed estenuante tenere l’equilibrio. Per chiudere al meglio, una volta entrati in città vengo preso di mira dal solito tizio che ti vuole portare in albergo in cambio di una mancia. Io non ne voglio sapere e lui non vuole arrendersi. Provo a passare oltre per togliermelo dai piedi ma non ci passo tra il furgone parcheggiato e il suo motorino, la borsa destra si incastra e si spezza una delle due cinghie che la legano alla sinistra. Sbilanciato dalla borsa ancorata al mezzo per poco non cado! Con molta fatica ritrovo una posizione sicura e non so cosa riesce a trattenermi dal lanciarmi contro questo stronzo che ancora continua a gridarmi di seguirlo. Alla fine lo semino e cominciamo a cercarci da soli una sistemazione. Il destino vuole che quasi subito incontriamo le auto dei nostri amici, mi giro e sulla porta di un negozio di tappeti vedo Roberto! All’interno l’aria è tesa, sono in corso lunghe trattative e ne approfittiamo per acquistarne uno anche noi! Il posto in albergo c’è anche per noi, anzi è semivuoto. Così possiamo fare assieme anche la cena di capodanno, per quanto il pasto non fosse esattamente all’altezza della situazione. Poi con Peppone e Gabriella andiamo a prendere un tè alla kasbah, trasformata in un albergo di lusso dove ci informiamo per prendere le stanze il giorno seguente e ci accordiamo pure per l’hammam. Infine festeggiamo tutti assieme il nuovo anno davanti alla tv italiana che propina le solite banalità. Buon 2008! 01/02/03/04-01-2008 Il programma dei nostri amici pare essere improvvisamente cambiato rispetto alla notte precedente e adesso prevede il trasferimento a Tunisi, da lì sarebbero poi andati ad esplorare la costa e Cartagine. Noi invece dobbiamo ancora vedere Kairouan, quindi mentre loro caricano i bagagli e spariscono, noi lasciamo tutto in camera e ci dirigiamo verso il centro città dove visitiamo la medina, la Zaouia di Sidi Sahab e i bacini degli Aghlabiti. Tutto molto interessante, ma prima dell’ora di pranzo abbiamo visto tutto e ci sembra inutile rimanere un’altra notte in questo costoso albergo. Leghiamo i bagagli alla moto e ci dirigiamo per Tunisi sulla strada interna. Pranziamo a El Fahs e scopriamo che Roberto e i suoi non sono andati verso la capitale, ma bensì sono rimasti a Kairouan trasferendosi all’albergo della kasbah (…..)! Raggiungiamo Tunisi al tramonto, troviamo facilmente un albergo di quelli che piacciono a me e faccio la conoscenza del posteggiatore che per due giorni sorveglierà (o meglio ammirerà standoci felicemente seduto sopra e facendola vedere ai suoi amici) l’Africa Twin fino alle 20.00, quando scatta l’ora di farla riposare al sicuro in un vicino parcheggio sotterraneo a pagamento. Il quartiere della “ville nouvelle” lungo il viale Ave Habib Bourguiba è affollato a tutte le ore ed è un buon posto dove trovare da mangiare. Noi vi troveremo un “fast food alla tunisina”, ben diverso dalle solite catene il cui caratteristico fetore mi impedisce normalmente di entrare se non per usare il bagno. In questo caso il concetto di “cibo veloce” è dovuto solamente alla velocità del servizio, e i piatti serviti non vengono prodotti in serie e confezionati in scatolette di polistirolo. Vi ceneremo entrambe le sere che ci rimangono, un po’ perché tutti i ristoranti sono già chiusi quando la fame si fa sentire, un po’ perché Stefania vi riesce a trovare cibo per lei commestibile, e anche perché io riesco comunque a trovare qualche pietanza tunisina e l’harissa! I miei rapporti con il bagno sono ormai infuocati, ma va bene così. La medina di Tunisi è un vero labirinto e basta poco perché anche io perda l’orientamento. Per riprenderlo devo raggiungere le mura che la delimitano o punti già noti. I souq coperti e angusti, con le viuzze sinuose come spire di serpenti, la confusione, tutto rende questo posto difficile da esplorare secondo un ordine predisposto. Molto meglio abbandonarsi al destino – penso – ma mi ritrovo quasi sempre o tra le botteghe che vendono “pataccume” cinese (ovviamente spacciato per artigianale) ai turisti o nelle immense zone di negozi d’abbigliamento. Tra questi sicuramente la fanno da padrone i venditori di scarpe, mentre al secondo posto si piazzano quelli che vendono jeans. I prezzi non sono mai esposti e ovviamente saranno ben diversi per gli stranieri e per i locali, che sembrano considerare questo posto come un enorme mercato. Peccato solo che gli articoli in vendita non diano esattamente il gusto di un bazar di altre epoche… Alzandoci presto la mattina abbiamo la possibilità di visitare il museo del Bardo all’apertura, quando ancora gli autobus dei tour organizzati non hanno riversato centinaia di europei armati di videocamera pronti a riprendere ogni singola sala, compresi gli altri video-dipendenti presenti. Visitiamo anche la collina dove una volta sorgeva Cartagine, ma i poveri resti di una città distrutta completamente non possono competere con le meraviglie già viste e molti dei suoi pezzi migliori – come del resto di quasi tutti i siti della nazione – sono racchiusi entro le mura del museo del Bardo. Eppoi “siamo stanchi di vedere pietre”. Continuiamo la nostra passeggiata verso Sidi Bou Said, ma con poco entusiasmo, ancora una volta le bellezze del nord non possono competere con quelle del sud o forse stiamo già respirando l’aria di un ritorno ormai imminente. Legare tutti i bagagli alla moto è un’operazione lunghissima che ci svolge sotto gli occhi incuriositi di decine di passanti. L’AT è carica all’inverosimile, le valigie sembrano esplodere, la borsa da serbatoio è altissima, il tappeto è legato sulla valigia posteriore, l’ingombro laterale pari a quello di un’automobile, il peso è eccessivo ed il baricentro ad un’altezza folle. Come se non bastasse la catena è lentissima e la corona riporta evidentissimi i segni della sabbia. In queste condizioni districarmi per il traffico di Tunisi all’ora di punta non è proprio il massimo del divertimento. Nonostante tutto arriviamo al porto e qui troviamo già una piccola fila ad attenderci. Ci sono Paolo e Stefania con il loro GS e altri motociclisti che avevo incontrato a Ksar Ghilane, tra cui uno con un’AT uguale alla mia per modello e colorazione. Ci mettiamo a chiacchiera cercando di ingannare l’attesa per le formalità doganali che inizieranno ben dopo del previsto e raccontandoci le avventure che più hanno colpito ognuno di noi. Io so che dovrò tornare al più presto. Anche qui – e forse soprattutto qui – ci sono tunisini che offrono il loro aiuto per il check-in o che vendono cianfrusaglie, ma non si concludono affari. Poi finalmente i cancelli si aprono e le moto partono per prime. Questa volta i documenti vengono controllati velocemente e altrettanto velocemente guadagniamo il nostro posto nella pancia del traghetto. Le due StefaniE riservano un posto in fondo al ponte ristorante dove passeremo tutta la notte, loro due e Paolo distesi sui divani, io ancora sul tavolo. Questa notte però non dormirò bene come all’andata, qualcosa mi tiene sveglio, pensieri si rincorrono mentre la costa africana si allontana. L’arrivo al porto di Palermo è puntuale e presto siamo fuori dalla nave. Per una volta decido di seguire le indicazioni per l’autostrada verso Catania subito fuori dal porto, riuscendo così a prenderla solo a Villabate! Pochissimi chilometri e ne siamo di nuovo fuori, a Bagheria ci stanno aspettando Davide ed Esmeralda insieme ai quali svuotiamo un paio di caffettiere. Pochi minuti per un’infruttuosa ricerca di un mio guanto misteriosamente scomparso, l’ultima foto del viaggio, e poi di nuovo in strada verso casa. Credo di non aver mai subito raffiche di vento tanto forti sull’autostrada da Palermo fin quasi a Caltanissetta; in particolare fino a quando non lasciamo la costa sono particolarmente violente e riescono anche a spostare bruscamente la ruota anteriore trasversalmente alla direzione di marcia. Quantomeno non piove! I nuvoloni neri che si vedevano sin da quando abbiamo avvistato la Sicilia ci risparmiano l’ultima acqua. Arriviamo per pranzo, esattamente alle 13.30 come avevo profeticamente previsto (e io non ho certo alcun tipo di orologio mentre sono alla guida!). Quando Stefania si toglie la giacca ecco apparire anche il guanto scomparso a Bagheria. |




